Inter, Marotta: “Escludo categoricamente cessioni eccellenti”

Inter, Marotta: “Escludo categoricamente cessioni eccellenti”

Ottobre 8, 2021 Off Di Angelo Sorbello

Giuseppe Marotta è protagonista questa sera del “Festival dello Sport”. Tantissimi i temi trattati, come ad esempio lo scudetto.

“Un momento preciso no, però contro la Juventus abbiamo capito che saremmo potuti essere protagonisti. Facendo il cacciatore e poi la lepre abbiamo capito che saremmo potuti arrivare lontani”. Il campionato e la Champions. “La differenza tra Serie A e Champions e che il secondo è un torneo in cui devi essere nelle condizioni migliori. Non sempre le vittorie in Champions vanno alla più forte, mentre in campionato vince la più forte. Il Giro non è la Milano-Sanremo. Nel giorno dell’eliminazione c’era rammarico ma abbiamo spostato l’obiettivo concentrandoci sullo scudetto”. Le difficoltà finanziarie e l’addio di Conte. “La scelta finale è frutto dei confronti dei giorni precedenti. Non si intravedeva un percorso comune, ma fa parte dello sport e della vita. Se una persona decide di interrompere un rapporto bisogna avere rispetto della decisione e guardare avanti con ottimismo. Dirigenti, calciatori e allenatori passano, la società resta, per cui bisogna andare avanti con la consapevolezza di essere una grande società e che quei professionisti avevano conquistato lo scudetto con grande merito”. La scelta di Inzaghi. “La decisione di Conte non era tanto prevedibile, ci ha un po’ spiazzati e quindi bisognava agire con tempestività, individuando il profilo migliore. Lo abbiamo individuato in un giovane allenatore che ha già alle spalle un percorso importante. Stava definendo con la Lazio, la tempestività è stata in quello, nel presentare il nostro programma e la serietà del progetto, immediatamente sposato. Da lì siamo ripartiti. Abbiamo preso un allenatore che potesse ricalcare il modello tattico di Conte in modo da non doverlo stravolgere anche se poi ci sono state altre vicissitudini”. L’infortunio di Eriksen. “Un momento drammatico per una persona che conosci e che rischia di morire. Anche qui siamo stati tempestivi nel recepire le informazioni. Il professor Volpi si è messo subito in contatto coi medici sul campo per avere una prima diagnosi di quanto successo. Ancora oggi siamo nell’ambito delle ipotesi, ma la cosa più bella è che il giocatore ha dato cenni di risveglio. La notizia più bella è che continuerà a vivere, al di là del vuoto all’interno del club che risulta essere di importanza relativa. In questo momento è difficile fare ipotesi, aspettiamo l’evolversi della situazione. Al momento opportuno si valuterà”. Lukaku. “L’esperienza mi porta a dire che bisogna prepararsi agli imprevisti. Lukaku ha manifestato l’intenzione di trasferirsi nel Chelsea. Davanti a una situazione del genere non puoi che accettare la sua volontà. Si inizia a quel punto una trattativa con il club che lo desidera e così abbiamo fatto, creando il nostro prezzo e immaginando le alternative. Sono dinamiche che nel calcio accadono. Non mi sono sentito tradito o sconvolto, abbiamo valutato le opportunità, come quella di introitare una cifra importante per le finanze del club. L’abbiamo fatto facendo valere la nostra richiesta economica e abbiamo realizzato una bella operazione”. L’opzione Vlahovic e la scelta di Dzeko. “Dzeko era un obiettivo prioritario, ci avevamo provato anche l’anno prima. Lui godeva di una promessa dalla Roma per la lista gratuita in caso di richieste. La nostra è arrivata e c’è stata la facilità di poter definire il rapporto grazie anche alla serietà del rapporto. Vlahovic lo considero un grande talento, tra talento e campione c’è differenza. Ci siamo però trovati in una situazione negoziale impegnativa. Non eravamo nelle condizioni, anche se immaginavamo di andare su due attaccanti. Il primo era Dzeko, il secondo Vlahovic. Uno pronto nell’immediato e uno nel futuro. Sarebbe stato il massimo. Ma siamo stati contenti di quella di Dzeko”. Le difficoltà finanziarie. “La pandemia ha accelerato il processo. Inter, Milan e Juventus hanno perso complessivamente un miliardo, significa che il modello attuale non dà garanzie di continuità. Bisogna trovare i rimedi, anche perché credo sia giusto non dipendere sempre dagli aumenti di capitale dell’azionista. Il calcio romantico del mecenatismo è superato. Bisogna arrivare a un modello diverso. La famiglia Zhang ha profuso 700 milioni circa, è normale che prima o poi bisogna rivedere le condizioni economiche. Compito del management è quello di conciliare gli obiettivi sportivi e l’equilibrio economico. La tranquillità l’abbiamo avuta fortunatamente con queste due operazioni e quindi siamo nelle condizioni di essere tranquilli e quindi possiamo perseguire gli obiettivi dell’anno scorso considerata l’ossatura rimasta e che chi è arrivato ci sta dando soddisfazioni. Bisogna contenere i costi e far capire anche ai calciatori che siamo in un momento di grande difficoltà. Rivedere anche gli emolumenti è fondamentale per trovare un equilibrio”. Cessioni eccellenti per il futuro? “Possiamo escluderlo. Rassicuro i nostri tifosi, l’Inter esisterà anche nel futuro. La competitività è garantita. Non sempre chi più spende più vince. Esiste il patrimonio delle risorse umane rappresentato da tutto quel mondo non sotto i riflettori, la squadra invisibile dietro le quinte che supporta chi va in campo la domenica. Se questa squadra è forte si può andare molto lontano al di là del nome e del calciatore”. Il possibile arrivo di un partner in società. “Sono valutazione che deve fare l’azionista. Per esperienza dico che una società deve essere sempre in mano a una famiglia, a una società. Il fatto di poter vendere una parte delle azioni in termini di minoranza ci sta, ma non credo sia il viatico migliore per risolvere i problemi perché l’impatto di un socio di minoranza non garantirebbe il cambiamento radicale del modello ma solo un benessere momentaneo. Bisogna invece identificare un modello di riferimento che dia sostenibilità e sicurezza. Questo lo trovi se hai una progettualità. Noi siamo riusciti a ripartire col progetto rimettendoci in carreggiata. Ci siamo trovati davanti a delle scelte difficili perché Spalletti aveva un contratto di due anni ancora e abbiamo deciso di ingaggiare Conte, ma l’ho fatto perché la proprietà ha dato l’input di vincere. La squadra vincente la costruisci se hai una visione precisa e se la squadra sa di avere un obiettivo, una visione del futuro. Le vittorie le abbiamo costruite sulla forza degli uomini. Il merito principalmente va ascritto a Conte che ha trasferito dei valori che rappresentano un patrimonio. Mi viene in mente Marchionne, diceva che il manager ha due grandi diritti: scegliere dei valori e scegliere gli uomini. Se hai questa possibilità, l’aspetto economico viene in secondo piano perché nei momenti di difficoltà sai superarli sulla forza dei valori che ti porti dietro. E noi di difficoltà ne abbiamo avute parecchie”. I contratti dei calciatori. “I calciatori forse non hanno capito bene. Vivono in un mondo dorato. Guadagnano tanto e non sono abituati ai problemi che ogni famiglia ha quotidianamente. Sono ragazzi molto giovani, vanno educati. Le risposte spesso sono positive e altre negative. Sta a noi formarli, dare una cultura. C’è stata una consapevolezza da parte dei giocatori ma il dramma è stato vissuto più nell’ambito di salvaguardare la propria salute. Ciò nonostante abbiamo rispettato i contratti con i giocatori, abbiamo pagato tutto. Non abbiamo avuto un euro di sconto ma l’abbiamo fatto alla luce delle performance fatte di risultati sia nel 2019/20 che nell’ultimo anno. Abbiamo ritenuto, dopo un cortese confronto con i calciatori, di non spingere più di tanto a fare una cosa che non sentivano di fare”. Arriva un messaggio di Adriano Galliani. “Abbiamo avuto entrambi il Covid, lui è stato peggio di me. Quando accadono cose del genere apprezzi ancora di più i valori della vita e apprezzi il fatto di esserci. Anche per lui che ha qualche anno in più. L’altro giorno a San Siro mi raccontava che una volta s’incazzava davanti a un risultato negativo, stavolta hanno perso 3-0 a Lecce col Monza e ha vissuto una serata in spensieratezza. Questo è il rovescio della medaglia di quel che è accaduto. Io mi arrabbio comunque, ma affronto la vita con una visione diversa. Nel calcio bisogna dare il massimo, ma serve una cultura della sconfitta. Se te ne impadronisci vivi meglio”. Nuovo messaggio, da parte di Simone Inzaghi. “E’ stato anche mio giocatore nella Sampdoria. Lo ringrazio dell’apprezzamento quando mi dice che sono molto avanti. Io sono principalmente innamorato del mio lavoro, lo avrei fatto anche per hobby ma poi è diventato il mio lavoro da 45 anni. Mi sono sempre applicato con umiltà e rispetto, con l’ambizione di vincere sempre”. Ultimo messaggio dal fratello Salvatore. “Si rifà a un momento della mia adolescenza quando avevo già la ‘malattia’ per il calcio e si ascoltava la radio con ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. Mi piaceva fare le imitazioni dei radiocronisti”. Rinnovo di Barella. “Lui è uno dei casi che da talento è diventato campione. Ho avuto a che fare con Cassano, che ho appena incontrato in albergo. Io ho sempre detto a lui che non è mai diventato campione. Il talento ha delle qualità innate nel Dna. Ancora oggi io non ho visto giocatori potenzialmente più forti di lui, ma non ha mai accompagnato queste qualità a quelle umane, comportarsi in modo serio, disciplinato, avere una visione della vita e della professione. Lui sa di essere rimasto un giocatore non a livelli altissimi. Barella ha confermato dal Cagliari all’Inter e oggi ci troviamo davanti a un campione. E’ giusto gratificarlo economicamente per quel che ha fatto. Non è un rinnovo, ma una gratificazione per adeguarlo a una fascia di giocatori importanti che sono nell’Inter. Nelle prossime settimane ne parleremo. Senza dubbio non dobbiamo farcelo scappare. Sarebbe bello se fosse il prossimo capitano. Una qualifica che non si regala, deve dimostrare di avere qualità da leader. Piero Volpi, nostro medico sociale, è stato sempre capitano nelle sue squadre da calciatore. Perché è un leader. Barella può cominciare a diventarlo”. Cassano e Gheddafi alla Sampdoria. “Senza parole… Un’esperienza simpatica, anche molto bella, ma bisognava essere sempre molto attenti a quel che accadeva”. Gli obiettivi della stagione. “Le aspettative di tutti è vederci come ruolo da battere. Un ruolo che siamo contenti di ricoprire. Siamo l’Inter e dobbiamo avere un’asticella molto alta, ma essendo uno sport in cui lotti contro altre squadre bisogna valutare le tue capacità e quelle degli avversari. Capita che alcuni anni investi 100 milioni e le altre investono 150 o fanno operazioni più importanti e sono più forti. Siamo davanti a una stagione in cui non si capisce chi è la più forte, lo Sheriff ha sei punti e ha vinto a Madrid. In campionato ci sono le famose sette sorelle con il Napoli battitore vincente. Credo sia prematuro esprimere una valutazione che sarà definitiva a maggio. Io temo sempre chi ha cultura della vittoria più forte, quindi Juventus e Milan. Chiaramente il Napoli ha grande merito ma vincere è sempre una situazione difficile e va spesso al di là dei valori che una squadra rappresenta e mette in pratica. Sono valori che acquisisci nel tempo, non c’è solo la scelta della squadra. Devi cogliere tutti gli aspetti complementari, se riesci a migliorare la qualità dei terreni, i medici, i fisioterapisti, l’alimentazione, sicuramente è più facile vincere”. Osimhen. “Un’operazione molto onerosa ma non era uno sconosciuto. Le circostanze ti portano poi a seguire una strada piuttosto che l’altra”. L’arrivo all’Inter, i casi Nainggolan e Icardi. “Io non voglio criticare chi ha gestito prima di me. Sicuramente Icardi era un grande talento, è diventato un ottimo giocatore, investito di responsabilità quando ancora non era in grado di svolgerlo, mi riferisco alla fascia di capitano. Quando l’ho conosciuto si è sempre comportato bene, ma ci sono state valutazioni differenti. Dico che la visione che devi avere deve essere precisa. L’allenatore e la società fanno delle valutazioni e si è valutato di avere una squadra con dei valori da rispettare. Conte li ha interpretati nel migliore dei modi. E’ andato via ma ci ha lasciato qualcosa di importante. Ha tracciato il solco. E’ vero anche che abbiamo trovato un allenatore che ha grandi qualità, ma certi aspetti sono imprescindibili”. L’arrivo all’Inter dalla Juventus. “Mi sono meravigliato anch’io per la velocità con cui è accaduto. Il giorno dopo l’annuncio dell’addio, Steven Zhang mi ha scritto un messaggio invitandomi a un confronto con lui. Io avrei voluto forse riposare, c’è stata questa opportunità che ho colto immediatamente. Lascio la Juve e trovo l’Inter, siamo alla pari. Mi sono buttato in questa realtà con le caratteristiche che mi porto dietro da quarant’anni, arricchite sempre di più ad ogni club. L’esperienza è un’altra caratteristica importante nella vita di ognuno e soprattutto in ambito professionale. A 24 anni a Varese abbiamo perso un campionato clamorosamente, tornando indietro quel torneo lo avremmo vinto con quindici punti di vantaggio. La consapevolezza, data dall’aver vinto tanto, ti fa affrontare le difficoltà con grande determinazione. Con quella sono ripartito, illustrando un progetto all’Inter che la società ha sposato. Un progetto difficile perché per lasciare a casa Spalletti per prendere Conte serviva coraggio”. L’iniziale diffidenza dell’ambiente. “Il derby d’Italia si porta dietro una grande rivalità. Io non ho avuto grandi difficoltà perché riesco ad entrare in simbiosi con le persone. Ho trovato una società preparata e fatta di persone per bene che forse avevano bisogno di nuovi stimoli”. Gli inizi. “Ho finito il Liceo Classico e ho iniziato a Varese. Ci sono stati dei fatti che mi hanno aperto la strada. Sono diventato subito ds perché il precedente aveva avuto un infortunio e il presidente mi chiese se me la sentivo”. Il poster di Rivera da giovane. “Mi immedesimavo. Io ho fatto per un po’ il calciatore. L’ho abbandonato perché mi ritenevo scarso. Mi sono reso conto che avevo dei limiti. Ma quando ho giocato fino alla Primavera avevo il ruolo di Rivera. C’era un’emulazione, volevo imitarlo come calciatore. Il mio sogno nel cassetto era fin da piccolo fare il dirigente. La mia esperienza parte nell’oratorio. La prima palestra della professione da dirigente, perché cominci a organizzare i tornei e capire il senso della competizione, della vittoria. Da lì ho cominciato l’attività e il poster di Rivera l’ho riposto”. Il soprannome “giovane Kissinger”. “Mi fu dato dal presidente Colantuoni, che mi disse di chiamarlo avvocato perché per diventare presidente aveva messo una firma e per diventare avvocato aveva preso tre lauree. Io considero la diplomazia una virtù che non nasconde un aspetto decisionale molto forte. Decidere non è semplice. Si può essere leader anche senza imporre il timbro vocale ma rappresentando la forza interiore. Pirlo era un leader silenzioso. Aveva grandissima valenza nello spogliatoio, arrivava dalla sua comunicazione non verbale”. Quanto crede alla riconferma dello scudetto. “Assolutamente, la vision è la seconda stella”. Il prestito di Recoba a Venezia. “Vincere a Venezia è stato benissimo. Abitavo nel rione delle carampane, andavo in sede e non aveva prezzo. Se poi vinci un campionato, ti salvi prendendo Recoba e vi racconto come. Allora ero più condizionabile di oggi. Con Zamparini pensammo a Orlandini, chiamo Oriali che era ds e ci organizzammo per il contratto. Mi chiamò e mi disse che Tanzi lo aveva scambiato con Giusti. In quel momento casualmente mi chiama Regalia, un grande ds e glielo raccontai. Mi disse che il giorno prima aveva visto Recoba. Chiamai Zamparini per dire che non avremmo preso Orlandini ma che stavamo pensando a un obiettivo ancora più importante, Recoba. Trattai e chiusi con Mazzola. Io lo avevo visto una mezza volta, ma ci portò letteralmente alla salvezza”. Quando fu vicino all’Inter con Pellegrini. “Lo incontrati una volta, l’alternativa ero io o Dal Cin. Pellegrini mi ricorda sempre questo particolare, ma io dico sempre che se fossi arrivato all’Inter in quel momento mi sarei bruciato. Il treno va colto al momento giusto. A 25 anni all’Inter mi sarei perso. Non avevo la consapevolezza di oggi. Ho fatto invece un percorso graduale: dalla provincia, alla grande provincia, alla Juventus e all’Inter. Un percorso fortunato”. Un rimpianto di mercato. “Tanti, l’ultimo è stato quando avevamo l’opportunità di prendere Haaland per due milioni. A volte bisogna avere la forza di andare a un extra-budget. Se c’è un campione bisogna prenderlo. Lì subentra la creatività finanziaria di fare operazioni. Potevamo prenderlo per poco, oggi è uno dei più importanti al mondo. Ora non può arrivare in Italia. Nel 2000 nei primi dieci fatturati del mondo c’erano cinque italiane, oggi solo la Juve. Abbiamo un grande gap con la Premier. Oggi siamo un campionato di transizione, vedi Lukaku. Siamo una realtà che ti porta ad assaporare i campioni e poi quando si consolidano vanno alla ricerca di ingaggi maggiori. Siamo costretti ad agire d’ingegno. In questo mercato abbiamo lavorato con Ausilio su queste virtù. Questo va di pari passo con la Nazionale che ci ha portato grande soddisfazione. L’Italia mette sempre in vetrina grandi allenatori e giocatori. Bisogna avere la forza di farli maturare in prima squadra e qui subentra la cultura della sconfitta. I giocatori che ricevono fischi vengono bruciati, ma è qualcosa che andrebbe combattuto. La Spagna ha dato un esempio coi giovani in campo. Oggi però il tifoso è più aperto a capire le difficoltà del club. Nel nostro caso, quando sono andati via Conte e i giocatori c’è stato dialogo con la Curva e abbiamo fatto capire il bene dell’azienda. Lo hanno capito e ci sono sempre stati vicini, ci hanno sempre sostenuti e questo è un esempio molto bello del rapporto che ci dovrebbe essere tra tifosi e società”. Ronaldo alla Juve. “Io ho espresso una mia valutazione. Tutti vorrebbero avere Ronaldo, l’ho conosciuto nei sei mesi prima della mia partenza. Dai campioni impari sempre, anche come dirigente. Ha una cultura del lavoro massima. Ha grande cura dei propri aspetti fisici e caratteriali. Va però messo in un contesto e lì secondo me andava visto nelle valutazioni economico-finanziarie. Ma io ancora oggi intrattengo rapporti di grande cordialità con la Juventus”. A Marotta viene chiesto di scegliere i migliori giocatori acquistati in carriera, ruolo per ruolo. “Presi Rampulla come mio primo acquisto dalla Pattese e quindi lo scelgo per ragioni di affetto. Uno come Buffon l’ho trovato, per esempio. Taibi  l’ho ceduto allo United ed è stato un flop. Non era forse pronto. In difesa Bonucci ha dalla sua una grandissima leadership. E’ stato anche nel vivaio interista. Prendo lui e Barzagli, a destra Hakimi e a sinistra Alex Sandro. Devo dire che Evra è stato molto importante nell’economia di spogliatoio. Arrivò dallo United e portò le caratteristiche del campione nel gruppo. Nella Juventus ho avuto campioni, all’Inter non avevo giocatori che avevano vinto tanto e per quello serviva il grande allenatore. Alla Juve ho avuto giocatori che hanno vinto Mondiali, campionati. Khedira mi disse che loro al Real facevano così, presi nota e copiai. Lo stesso Evra o Dani Alves. Dai campioni apprendi qualcosa. Evra aveva una certa età, ma fuori dal campo ci ha dato tanto. Sono quella ricchezza, e Conte ha iniziato a farlo, che devi trasmettere ai giocatori. I nostri all’Inter non avevano palmares e quindi le difficoltà erano maggiori. Oggi c’è maggiore consapevolezza di ciò che serve per vincere. A centrocampo Barella rappresenta un giovane diventato una grande realtà. Lo scelgo con Pirlo e con Pogba per come è arrivato, a zero, e come è andato via a 110. Io ho alle spalle un team di lavoro che mi porta a fare delle scelte. Le mie decisioni sono frutto di quel lavoro. Pogba è stato qualcosa di raro, preso a zero e restituito a 110 milioni. Aggiungo Cuadrado come esterno di centrocampo. In attacco ne ho due. Il più difficoltoso è stata l’operazione Dybala. Lo abbiamo portato a casa grazie al rapporto con Zamparini, proprietario di quel Palermo. Un giorno mi disse di venire in fretta perché erano vicini alla firma con Thohir. Grazie all’amicizia con lui abbiamo fatto l’operazione. Tolgo Ronaldo perché è troppo facile. L’altro a cui mi lega affetto è Recoba, ma potrei dire Pazzini, Vieri. Anche Lukaku sarebbe troppo facile. Magari dico Higuain perché anche quella fu difficile”. Parentesi su Hakimi. “Come ho detto quando i giocatori sono allettati dagli ingaggi alti è difficile trattenerli”. Pogba tornerà in Italia? “Penso sia difficile, anche se c’è lo strumento del Decreto Crescita, boicottato ma che ci ha permesso di ridurre il costo del lavoro. Ma davanti a un valore del genere non credo che nessuno possa ingaggiarlo”. Dybala all’Inter? “E’ stato vicino quando si è parlato di una possibile negoziazione tra lui e Icardi, ma penso che firmerà con la Juventus per il rinnovo”. Lautaro Martinez pietra angolare del futuro. “Sta dimostrando di essere un giocatore che può essere presente e futuro. Bravo, professionista. Il suo futuro mi auguro sia all’Inter. Faremo di tutto. A breve annunceremo il rinnovo ed è importante perché vogliamo porre le basi per il futuro con un giusto mix tra giocatori esperti e giovani”. Ancora sulla situazione societaria. “L’Inter continuerà a veleggiare in alto con sicurezza finanziaria. Il modello non può essere quello di prima, tutto deve essere riportato alla normalità, ma non possiamo immaginare che la famiglia Zhang, che vuole andare avanti e posso dirlo con certezza, debba sempre ripianare. Vogliamo lottare per traguardi sempre più ambiziosi ma costruendo da dietro, dal settore giovanile, per avere una squadra che possa raggiungere traguardi importanti”. Il miglior allenatore in carriera. “Prendo Conte perché abbiamo vinto a Torino e Milano ed è statisticamente importante. Ho avuto tanti bravi allenatori, mi è capitato di dover congedare tecnici che erano umanamente bravissimi ma non erano vincenti. Io credo che un allenatore spesso sia più vincente quanto più è scomodo. Questo, nel ruolo che ho, deve essere visto come uno stimolo. Non posso negare che Conte sia uno ‘cazzuto’, ma ha dimostrato di essere vincente. Esigentissimo, con una cultura della vittoria come pochi. Devo dire che Inzaghi per come ho avuto modo di conoscerlo sta ricalcando quel profilo. Scelta migliore non potevamo farla”. Quanto resterà all’Inter. “Mi trovo molto bene e quindi io e il team di dirigenti abbiamo parlato con Steven Zhang. Quando tornerà in Italia, penso per dicembre, si parlerà del futuro. I presupposti sono tutti favorevoli. Devo però dare una visione più d’insieme della vita. Oggi la sfida è quella, poi ce ne saranno altre. Dopo l’Inter non starò più in un club. Mi sento appagato nel mio cammino, è giusto possa avere sfide diverse. Mi sento in debito col mondo del calcio che mi ha arricchito come uomo, al di là dei compensi. Oggi la mia capacità di confronto con le difficoltà della vita nasce dall’essere sicuro di superarle grazie a quello che lo sport mi ha dato. Ci voglio rimanere ma non come lo stress di oggi ed è giusto che pensi un po’ anche alla salute rallentando i miei impegni”.